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Serafino, senior e junior

Alì - Arte e archidettura > Padre Serafino

Si “indaga” sui due Padre Serafino, senior e junior
Pubblicato il 9 aprile 2011

Stamane sono giunti in paese due Padri Cappuccini del convento di Messina: P. Bonaventura Barbagallo (che tutti conosciamo per essere venuto diverse volte a predicare durante le Novene di S. Agata) e P. Giuseppe Scarvaglieri.

Lo scopo della visita è stato quello di consentire a P. Giuseppe (Sociologo, scrittore e insegnante universitario in pensione) di visitare il Convento di Alì e l’annessa chiesa di S. Maria degli Angeli e di raccogliere materiale sugli illustri Cappuccini aliesi, in particolare i due Padre Serafino, zio e nipote, i cui resti sono stati recuperati durante le operazioni di scavo avvenute nel 2005 in occasione dei lavori di ristrutturazione che hanno interessato la chiesa del Convento, ove erano sepolti.

L’obiettivo dovrebbe essere la realizzazione di uno scritto e, chissà, da cosa nasce cosa…


Il Parroco, don Vincenzo D’Arrigo, il tecnico comunale, Giovanni Triolo, ed alcuni giovani, li hanno accompagnati durante la visita ed hanno fornito loro alcune informazioni di cui la nostra comunità è in possesso.

In quella occasione abbiamo potuto appurare che, come solitamente avviene nella conduzione dei lavori pubblici, la struttura non è ancora fruibile perché, nonostante i tanti soldi spesi, ancora mancano gli intonaci interni, l’impianto elettrico e i pavimenti.

L’annesso Convento, invece, si sta sbriciolando sempre più.

due Cappuccini in sosta davanti alla nuova tomba dei due Padre Serafino aliesi. ricavata in una cappella laterale della Chiesa Madre, sotto la statua di S. Sebastiano. Nella prossime settimane sarà anche collocata una lapide.
Riportiamo di seguito gli articoli pubblicati su “Evviva Sant’Agata!” tra il 2005 e il 2006 in occasione della riesumazione dei resti dei due insigni Cappuccini.

Giacomo Pantò si è appassionato della storia dei Cappuccini aliesi ed ha raccolto ogni notizia che poteva interessare il Convento di Alì, al punto da individuare il posto esatto della sepoltura di P. Serafino il vecchio e P. Serafino il giovane. Gli scavi gli hanno dato ragione. Dopo questo primo successo, perseguiva ancora un obiettivo: il processo di beatificazione. Grazie a lui viene collocato un altro tassello nella storia di Alì.

Riportiamo di seguito gli articoli pubblicati su “Evviva Sant’Agata!” tra il 2005 e il 2006 in occasione della riesumazione dei resti dei due insigni Cappuccini.
Il convento di Alì ha avuto due Cappuccini aliesi con il nome di Serafino: zio e nipote. Il primo (senior) nato nel 1644 e morto nel 1721. Il secondo (junior) nato nel 1701 e morto nel 1768. Entrambi si sono distinti particolarmente non soltanto nella propria terra natia, ma in tutta la Sicilia orientale, facendo del convento aliese punto di riferimento di tutto il circondario.

In particolare, Padre Serafino il vecchio, fu Guardiano oltre che ad Alì, anche nei conventi di Rometta, Milazzo, Castroreale, Taormina e Catania. Fu maestro dei novizi a Castroreale, Linguaglossa e Catania e nel 1701 venne eletto Diffinitore nel Capitolo Provinciale tenuto in quell’anno a Randazzo. Nel 1718 fu eletto Vicario Provinciale. Un suo ritratto, all’inizio del 1900, era ancora conservato presso una famiglia del paese. Sarebbe interessante sapere che fine abbia fatto! Anche il nipote P. Serafino junior, distinto predicatore, è stato maestro dei novizi e più volte guardiano del convento. All’anagrafe Giacomo Antonio Morabito. In convento assunse prima il nome di Frate Cherubino e solo dopo la morte dello zio quello di Padre Serafino. Nel frattempo aveva preso i voti definitivi. Sia l’uno che l’altro, pare, abbiano compiuto numerosi prodigi. Da ricordare anche la sorella di P. Serafino senior: Suor Domenica (al secolo Giovanna Pistone). Vestì l’abito delle Terziarie delle Sorelle di Penitenza e ne divenne anche Ministra. Dedicò tutta la sua vita alle opere di carità e morì in odore di santità, come il fratello, il 14 febbraio 1731. A questo importante evento, abbiamo dedicato gran parte di questo numero del giornalino e torneremo in seguito sull’argomento.

Straordinario evento al Convento dei Cappuccini
Ritrovati i resti di P. Serafino il giovane e il vecchio
Nel 1768, il nipote venne sepolto nella stessa tomba dello zio, accanto all’Altare Maggiore della Chiesa Santa Maria degli Angeli I resti dello zio sono stati raccolti e messigli accanto. Per tutti questi anni hanno riposato assieme.

Oggi, a seguito dei lavori di restauro, lo straordinario ritrovamento.
Martedi 1 febbraio 2005. Con grande trepidazione ci si avvia a sondare il terreno accanto all’altare maggiore della chiesa del convento, sul lato destro, dove, secondo un cronista cappuccino, P. Andrea da Paternò, sono stati seppelliti Padre Serafino senior e il nipote Padre Serafino junior.

Troveremo qualcosa? Oppure il tempo, l’incuria dell’uomo, la rovina della chiesa, hanno cancellato ogni memoria? Con grande tensione, si inizia a scavare. Ed ecco dopo qualche colpo, il terreno sembra cedere, affiorano delle cavità, emerge una parte di teschio umano. La commozione prende tutti i presenti: il sindaco, il parroco, il direttore dei lavori, i tecnici del Comune ed altri. Si raccoglie con devozione, direi con amore, quanto affiora e si richiude il tutto, rimandando ad altra data il completamento di quanto iniziato.

Venerdi 11 marzo. Si riscava. Si vuole portare a compimento il lavoro. Man mano che si procede ecco emergere le ossa di questi cittadini illustri del nostro paese e figli del serafico Padre S. Francesco.

Vengono raccolte prima le ossa di P. Serafino il vecchio. Capiamo di trovarci davanti ai suoi resti, perché senza dubbio il suo corpo, ricomposto in una cassetta più piccola alla morte del nipote, mostra i segni del tempo trascorso. Di Lui il cronista cappuccino scrive che morì in fama di santità e fu ritenuto veramente tale dalla gente non solo di Alì, ma di tutto il circondario e oltre.

Si continua a scavare. Ed ecco che un’indicibile gioia, ma soprattutto commozione afferra gli astanti. Un corpo, uno scheletro intero emerge, in una posizione da dormiente, con le mani raccolte in grembo. E’ P. Serafino il giovane, lo storico, colui a cui Alì deve la conoscenza dei fatti passati, della sua storia, della sua grandezza, dei personaggi illustri.

Con grande cura, si toglie la terra che lo ricopre, che lo ha abbracciato per 237 anni; ci si stringe intorno per abbracciarlo noi, per dimostrargli quasi il nostro affetto.

I resti di questi due frati, ricomposti provvisoriamente in due cassette, vengono portati in chiesa Madre, dove troveranno degna dimora e dove ogni aliese si potrà avvicinare per pregare e affidarsi a loro.

Di così intensa giornata e soprattutto di intensa gioia un grazie particolare vada a colui che ha sempre caldeggiato questo recupero, Giacomo Pantò (deceduto il 28 maggio 2009).

P. Vincenzo D’Arrigo

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 8 marzo-aprile 2005)

Padre Serafino senior
Il Cappuccino morì nel 1721, in odore di santità. Fu famoso per i prodigi operati

Il Convento dei frati Cappuccini, sin dalla sua fondazione, nel 1574, ha avuto un ruolo decisivo per Alì, quando il territorio aliese spaziava dalla Marina fino a Monte Scuderi.

Nel corso di questi secoli molti giovani aliesi furono attratti dalla vita monastica, la loro presenza fu costante sia nel Convento di Alì che in quelli di tutta la provincia religiosa. Si distinsero per laboriosità, preghiera e tante altre virtù, ricevendo così da Dio tanti doni, fra cui quello di operare prodigi.

Tra questi, si distinse particolarmente Padre Serafino (senior). Per descrivere il personaggio, basta andare a guardare come ne parla Padre Andrea da Paternò nei suoi Annali: «La terra di Alì è stata sempre feconda di eroi del nostro istituto l’abbiam veduto per lo avanti, lo vedremo in appresso e siam per vederlo in quest’anno che ci appresta la degna memoria del padre Serafino primo già di questo degnissimo nome».

Nacque in Alì il 19 ottobre 1644 da Pietro Pistone e Antonina Pantò, lo stesso giorno fu battezzato nella chiesa di S. Agata e gli venne imposto il nome di Giuseppe.

Padre Andrea ci parla della sua gioventù trascorsa in ritiratezza, frequentatore assiduo, con grande devozione, della chiesa. Entrato in convento sotto la scuola del Padre lettore Francesco da Mandanici, divenne un ottimo predicatore e un fervente missionario apostolico. Fu guardiano in molti conventi della provincia, era richiestissimo per le sue prediche: con i suoi sermoni riuscì a sciogliere i cuori dei peccatori più induriti ed ostinati. Fu anche maestro dei novizi, «ove con latte della sua dolce condotta, devozione ed esemplarità allevò alla provincia un gran numero di ottimi figli circospetti agli occhi di Dio». P. Andrea, parlando delle sue virtù, usa quattro superlativi: visse poverissimo, onestissimo, ubbidientissimo, austerissimo.

Durante la preghiera «allo stesso vedeasi rilucere la sua faccia come un sole, ed era favorito con ratti ed estasi di paradiso». Mortificava il suo corpo con il digiuno e la penitenza. Ricevette da Dio tanti doni fra i quali quello della profezia: predisse a suo nipote che sarebbe diventato frate, prendendolo fra le braccia disse: «or questo è il mio, or questo è il mio e del mio patriarca S. Francesco»: puntualmente si avverò. Divenne frate e, alla morte dello zio, prese il suo stesso nome, Padre Serafino junior.

Un bel mattino nel convento di Alì, il cuciniere non avendo nessuna pietanza da preparare per l’ora di pranzo, chiese il permesso a Padre Serafino di potersi recare a procacciare cibo, lui gli rispose che non c’era bisogno di preoccuparsi perché nel frattempo il Signore avrebbe provveduto al bisogno dei suoi servi. Con grande stupore di tutti i frati, prima dell’ora di pranzo, ecco suonare il campanello. P. Serafino si affaccia dalla finestra, chiama il cuciniere e lo manda a prendere la pietanza inviata da Dio ai suoi servi. Fuori c’era un pescatore proveniente da Fiumedinisi con 36 quaglie, i frati erano 18, quindi 2 a testa. Il povero pescatore raccontò che da parecchio tempo non riusciva a fare buona pesca e pensò giusto di recarsi da P. Serafino per una benedizione. Non avendo pesce da portare, disse alla moglie: «voglio tentare a portare delle quaglie», in quanto ne era la stagione, anche se non aveva mai maneggiato lo schioppo che era, oltretutto, arrugginito e malconcio. Anche la moglie se ne rise, ma lui riuscì a prenderne 36 di fila, quanti bastarono per i frati, e nemmeno una in più.

Nell’anno 1713 tutta la Sicilia fu infestata da un’invasione di cavallette. Conoscendo la fama di santità di Padre Serafino, fu molto richiesto il suo intervento. Con le sue preghiere le cavallette sparirono senza farsi più vedere. Successe a Milazzo, S. Lucia, nella Marina di Fiumedinisi, a Roccalumera e Sciglio. Solo ad Alì le cavallette non osarono mettere piede, «quasi temendo la forza del di Lui poderoso braccio presso Dio».

Un giorno, mentre era guardiano nel convento di Alì, lo andò a trovare un suo fratello, don Giacomo Pistone, portando con sé un nipotino di nome Filippo Morabito (uno era lo zio e padrino, l’altro il fratellino di Padre Serafino junior), mentre questi parlava col fratello il bimbo se ne stava annoiato e rammaricato, P. Serafino allora non trovando nessun regalo da fargli, si affacciò alla finestra e chiamò a sé un uccello che se stava sopra un pino e lo diede al bimbo, che potè così giocare tutto il tempo che rimase con lo zio. Al momento di andare via, il cappuccino licenziò pure l’uccello dicendo: «va creatura di Dio a procacciarti il cibo e non lasciar dopo il riposo di sempre, lodare il Dio nostro».

Padre Serafino morì in odore di santità nel convento di Alì a 77 anni compiuti, alle ore 22,00 circa del 20 febbraio 1721. La cella dove morì fu la seconda verso oriente nel dormitorio grande sopra la quale c’era il motto di S. Paolo agli Efesini: PAX FRATIBUS ET CHARITAS. Fu sepolto nella chiesa annessa, nei pressi dell’altare maggiore.

Quando nel 1768, il nipote P. Serafino junior morì, con ugual fama di santità, tutti lo vollero sepolto vicino allo zio. Nello scavare, provocarono un buco nell’urna dello zio, «…ed ecco profumarsi tutta la chiesa di un soave ed acutissimo odore, come di muschio, che durò più di otto giorni…».

Non tocca a me parlare di santità o di analogie con altri santi, ma certamente questi due personaggi costituiscono un filo di memoria che ci lega ancor oggi al convento dei cappuccini e che ci fanno andare fieri di un passato che non c’è più e per il quale dobbiamo mostrare tutto il nostro rispetto. Dobbiamo riappropriarci, con orgoglio, della nostra storia.

Giacomo Pantò

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 8 marzo-aprile 2005)

Dal 1574 i Cappuccini ad Alì

Quello di Alì è uno dei primi conventi fondati in Sicilia dai Frati Minori Cappuccini. Risale al 1574 e ne fu fondatore padre Girolamo da Città di Castello. Il convento di Alì e l’annessa chiesa dedicata a S. Maria degli Angeli, furono eretti con le elemosine dei fedeli e, pare, si sia creata una sorta di diatriba circa l’ubicazione della maestosa opera: alcuni ritenevano idonea la zona di S. Caterina, altri il quartiere dello Spirito Santo, altri ancora lo volevano accanto alla chiesa di S. Giovanni Battista nel quartiere Ariella. Alla fine si optò per l’attuale sito, immediatamente fuori l’abitato di Ariella, che Padre Serafino junior, così descrive: «…amenissimo luogo, di bellissima aria e di una meravigliosa prospettiva, sembra una balconata sul mare o, per dire meglio, un lembo di paradiso terrestre…».

Qui i frati svolsero pienamente la loro missione caritatevole, aiutando anziani, ammalati, poveri, bisognosi. I Cappuccini potevano provvedere alle proprie necessità, coltivando alcuni appezzamenti di terreno attorno al convento e con le elemosine che ricevevano dai benefattori aliesi. Potevano, inoltre, esercitare il diritto di questua nel territorio attualmente occupato dai Comuni di Alì, Itala, Scaletta Zanclea, Fiumedinisi, Roccalumera e dalle vicine frazioni di Sciglio e Guidomandri.

Furono molti i giovani, provenienti da varie parti del messinese e del catanese, che chiesero di farvi parte, attratti dalla semplicità e rigidità dell’ordine. Il convento divenne famoso per il numero dei padri eminenti per dottrina, per santità di vita e per grandezza delle opere; «molti di loro – come riferisce padre Giampietro da Santa Teresa – ebbero occasione di essere adibiti dai re come ambasciatori».

Più volte il convento è stato ristrutturato (nel 1589 e nel 1696) ed ampliato nel numero delle celle disponibili. Attorno al 1754, infatti, il numero dei frati era aumentato a quarantacinque.

Nel 1868, in seguito alla legge che riguardava i beni della Chiesa, il convento venne acquistato da privati. Stessa sorte toccò, nel 1901, all’annessa chiesa S. Maria degli Angeli. Fu l’inizio di un lento ma inesorabile declino. La chiesa oggi si presenta spoglia e priva di tetto, mentre l’abitazione dei frati è in parte adibita a casa colonica, usata come deposito di attrezzi.

I Religiosi di Alì citati nelle statistiche e nel necrologio della Provincia sono 151 (53 Sacerdoti e Chierici e 98 Fratelli e Terziari). L’ultimo è stato Padre Bonaventura Rao, morto nel 1987, preceduto da Frate Felice Chirieleison, deceduto nel 1895. A questi 150 Cappuccini aliesi che hanno abitato, nel tempo, il convento di Alì vanno aggiunti quelli provenienti da altre località

Sono stati avviati i lavori di recupero dell’antico monumento e speriamo che il tutto non si risolva in un ulteriore depauperamento. A nostro modesto avviso dovrebbero essere conservate le caratteristiche architettoniche senza infierire ulteriormente sulla struttura.

Roberto Roma

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 8 marzo-aprile 2005)

Avviato un primo intervento di recupero

La chiesa S. Maria degli angeli diventerà un auditorium polifunzionale

Dal mese di gennaio, hanno avuto inizio i lavori per il recupero della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, adiacente il Convento dei Cappuccini, nel tentativo di arrestare la lenta distruzione, per opera dell’uomo o del tempo.

Dell’antica bellezza della Chiesa, come del complesso monastico oggi rimangono solo le nude pareti perimetrali, qualche portale e alcune delle celle dei monaci. Una prima descrizione artistico-architettonica della Chiesa di Santa Maria degli Angeli venne fatta dall’”ormai famoso” Padre Serafino (giovane), che la riporta nel suo manoscritto “Storia della terra di Alì”.

La Chiesa fu costruita nel pieno rispetto di quelle che furono le regole per la costruzione di chiese e conventi cappuccini. L’ambiente ecclesiastico doveva essere piccolo e semplice, per richiamare quello spirito ed esigenza di povertà sottolineato da S. Francesco di Assisi. Nel rispetto di questi canoni, la Chiesa, si presentava, ad unica navata con un arco trionfale a tutto sesto che separava la navata dalla parte absidale a forma rettangolare. Per accedere alla Chiesa si doveva attraversare un portico con una balaustra in legno, dove i frati distribuivano la minestra ai poveri per officiare la loro dedizione alla carità cristiana. L’interno era fornito di sette altari compreso quello maggiore, arricchiti da stupendi quadri, andati persi dopo la vendita della Chiesa. Era ricca anche di numerose reliquie di vari Santi, anch’esse andate perdute. Stessa sorte toccò ai libri custoditi nella biblioteca del Convento, al momento della soppressione si contavano circa 395 volumi, molti dei quali andarono trafugati o rovinati per mancanza di cure.

La costruzione della Chiesa risale all’anno 1589, in seguito ad un ingrandimento del Convento. Con il passare del tempo altri ingrandimenti e interventi di restauro furono fatti al convento, per l’aumento dei frati e alla Chiesa, per la conservazione dell’edificio. Nel corso del tempo l’intero complesso assunse particolare prestigio religioso e culturale, infatti alcuni frati acquistarono particolare fama e qualcuno morì in odor di santità. L’ultimo restauro realizzato per la conservazione della Chiesa fu nel 1835, successivamente nel 1901 la chiesa fu venduta alla famiglia Broccio di Alì. L’attuale progetto di restauro, relativo solo ed esclusivamente alla Chiesa del Convento a causa della esigua somma finanziata rispetto alle reali necessità dell’intero complesso monumentale, è rivolto a interventi per il miglioramento strutturale necessario per il restauro. Nello specifico saranno realizzati interventi per l’eliminazione delle cause che hanno ridotto l’edificio allo stato di degrado in cui versa, al ripristino e al restauro degli elementi mancanti a causa di un deterioramento e alla rifunzionalizzazione dell’edificio. Saranno oggetto di un successivo (speriamo molto prossimo) intervento, i lavori per il completamento dell’opera, quali: la pavimentazione, la pitturazione delle pareti interne e la realizzazione dell’impianto di riscaldamento. Tali condizioni però non influiranno sulla fruibilità dell’edificio, che potrà essere, frattanto, utilizzato come auditorium o per funzioni religiose.

Salvatore Fiumara

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 8 marzo-aprile 2005)


I Prodigi di Padre Serafino

Il ritrovamento dei resti dei due Padri Serafino, zio e nipote, ha suscitato molta curiosità e compiacimento. Anche il superiore del Convento di Messina, informato sui fatti, ha espresso il suo apprezzamento e presto verrà ad Alì per “visitare” i frati. Le suore di clausura di Rometta, ospitate in quello che è stato un convento Cappuccino e dove P. Serafino senior era stato guardiano, hanno chiesto di avere una reliquia. Torniamo ora a parlare del frate, raccontando alcuni dei prodigi riportati nella documentazione conservata negli archivi dei Cappuccini, che testimoniano la fama di santità, che lo rendeva “famoso” in tutta la Sicilia.

Mentre era guardiano nel Convento di Milazzo, una notte alcuni pescatori si accorsero che dal Convento proveniva una strana luce e, pensando si trattasse di un incendio, si affrettarono a tornare a terra. Avvertiti i frati, fu scoperto che la fiamma proveniva proprio dalla cella di Padre Serafino. Entrarono e lo videro inginocchiato, immobile con gli occhi pieni di lacrime che fissavano il cielo. Contenti della sua santità, i frati se ne ritornarono alle loro celle. Tale fenomeno si ripeté più volte durante la sua permanenza a Milazzo.

Si trovava a Taormina quando ebbe luogo quel terribile terremoto che distrusse Catania. Quando si avvertì la prima leggera scossa, P. Serafino organizzò per ben due volte una processione con il crocifisso, per le vie cittadine. A chi lo accusava di voler inutilmente recare terrore al popolo, così rispondeva: “fra poco vedrete, se io per capriccio apporto terrore”. Tale profezia, purtroppo, si avverò e alle ore 21,00 di domenica 11 gennaio, la seconda scossa procurò molti danni e vittime in tutta la Sicilia orientale, distruggendo Catania.

Nel 1711, chiamato a benedire una tonnara di Milazzo, disse: “non abbiate timore alcuno, la tonnina sta per voi sicurissima, oggi però non salirà ma sì bene dimane ad ore 14,00”. L’indomani a quell’ora da sopra una barca si alzò in piedi e nel nome di Dio disse: “su via, giacchè e venuta l’ora”. Così furono catturati più di mille tonni.

Un predicatore cappuccino di Milazzo, avendo un fratello gravemente ammalato, pensò di chiedere preghiere a P. Serafino, questi rispose: “non dubitate, confidate in Dio, vostro fratello starà bene e goderà lunghezza di vita”. In poco tempo guarì.

Nel 1715, una persona originaria di Alì ma residente a Forza d’Agrò, in condizioni di salute disperate, chiese a P. Serafino se poteva andare a trovarlo. Questi non potè, ma vi mandò un altro frate, a cui fece raccoglie una pianta di cardella, dicendogli: “il sugo di questa pianta mescolerete nel brodo che darete all’ammalato al vostro arrivo, e gli direte che Maria SS. lo restituirà alla primitiva salute, e che si astenga però dal più negoziare”. A queste parole il paziente promise che se fosse guarito si sarebbe ritirato a Santa Maria del Bosco in Alì a vivere da eremita. Una volta guarito, però, si dimenticò della promessa fatta al Signore, riprendendo a commerciare più di prima. Gravemente ammalatosi nuovamente, richiese l’aiuto di P. Serafino, ma questi gli rispose: “di esser proferita la sentenza finale e di non essere per lui più speranza di vita, perché fu infido alla promessa fatta al Signore. Dopo pochi giorni, munito di tutti i S. Sacramenti, passò al Signore.

Un commerciante di neve originario di Itala, essendo già alla fine di marzo e non avendo potuto riempire i fossi che si trovavano sopra monte Scuderi, per mancanza di neve, raccontò tutto al frate, il quale lo rassicurò. Contro ogni pronostico, il giorno dopo fioccò tanta di quella neve che raggiunse la riva del mare.

Il suo atteggiamento nei confronti degli animali, ricorda quello di S. Francesco, fondatore dell’ordine cui apparteneva. Nel giardino del convento di Milazzo, infatti, vi era una pianta di fico, i cui frutti venivano beccati dagli uccelli, senza lasciarne ai religiosi. P. Serafino, allora, ordinò ai volatili nel nome di Dio di andare via. Da quel momento non si posarono più sulla pianta e i fichi poterono essere consumati dai frati e da tanti devoti esterni al convento. Dopo alcuni giorni, P. Serafino richiamò gli uccelli perché mangiassero la loro parte. Così avvenne e tutto il convento fu testimone dell’accaduto.

Sempre a Milazzo, un ragazzo che suonava molto bene la viola, rimase paralizzato di una mano. Dopo tante cure e medicamenti, si rivolse al Cappuccino, che, tenendolo per mano, iniziò a recitare alcune preghiere. La mano cominciò a diventare sensibile, sparì il dolore e si snodarono le dita, come se non avesse mai avuto niente. Tornato a casa, con i genitori ringraziò Dio e P. Serafino per il miracolo ricevuto.

Sono questi solo alcuni dei prodigi operati dal nostro Padre Cappuccino, nei prossimi numeri ne riporteremo altri.

Giacomo Pantò

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 9 maggio-giugno 2005)

P. Serafino: “Voglio morire ad Alì”

Era molto amato e richiesto ovunque per i suoi interventi “miracolosi”

Torniamo a parlare di Padre Serafino il vecchio, traendo spunto da quanto scritto da Padre Andrea da Paternò, per cercare di conoscere più a fondo il nostro illustre concittadino e verificarne l’effettiva fama di santità. Sono molti, infatti, gli eventi prodigiosi narrati, che vedono il Padre cappuccino protagonista, sempre pronto ad intervenire in aiuto della gente bisognosa. Si tratta spesso di interventi diretti a preservare il raccolto dagli insetti nocivi o a salvare il bestiame dal morbo o a provvedere alle più elementari necessità di sopravvivenza di tanta povera gente. Ma si tratta, anche, di guarigioni nel corpo e nello spirito, di tante persone che imparano a riconoscere l’intervento di Dio, per il tramite del cappuccino, ed a rendergli grazie con la preghiera.

Padre Serafino veniva richiesto in ogni parte della Sicilia orientale e le sue virtù erano sempre più provate e testimoniate da quanti lo hanno conosciuto.

Intervenne a Taormina, chiamato dal Padre Guardiano di quel convento, dove una donna non aveva più speranze di vita. Constatato la gravità ed il bisogno, si incamminò da Alì, con due frati, in piena notte e per strade poco agibili. Durante il viaggio, improvvisamente, si videro circondati da una misteriosa luce. I due frati rimasero impressionati, ma P. Serafino disse loro: “Rendiamo grazie a Dio che ci ha soccorso in questo bisogno, degnandosi di accompagnarci con il suo lume”. Tale fenomeno durò fino all’alba. I due frati chiesero a P. Serafino da dove provenisse tale splendore; lui rispose: “E’ pervenuta dal nostro Angelo Custode”. Arrivati a Taormina, fu accolto dai confratelli, dai parenti della donna e da tanta gente con applausi. Prima di andare al convento, si recò al capezzale della moribonda, che, dopo la recita di alcune preghiere, cominciò a migliorare, con stupore e meraviglia di tutti, fino a guarire del tutto, in pochi giorni.

A Milazzo, un sacerdote molto zelante ed efficace nelle prediche, avendo avuto offerta una alta carica spirituale, si recò da P. Serafino per chiedergli di pregare per lui. Ma successivamente un altro prete andò a ricoprire quella carica. Quando si incontrarono, P. Serafino gli disse: “Ringraziate Nostro Signore e lasciatevi guidare dalla sua Divina Provvidenza”. Di lì a poco, infatti, chi occupò quella carica andò incontro a tanti travagli per i tanti danni incontrati.

Una donna derubata di tutti i suoi averi, si affidò alle preghiere di P. Serafino, che la rassicurò. Dopo pochi giorni, il ladro toccato nella coscienza, consegnò il maltolto nelle mani del Cappuccino che provvide a restituirlo.

Sempre a Milazzo, una signora attesta che una certa Caterina, avvicinandosi l’ora del parto era molto preoccupata. Il nostro Frate, le consegnò una polizza di Nostra Signora Immacolata Concezione, le fece il segno della croce e la rassicurò che avrebbe partorito senza alcun dolore, come appunto si avverò. La signora ringraziò il Signore, la sua Immacolatissima Madre e P. Serafino, divulgandone i meriti dell’intercessione.

Un giorno, trovandosi in viaggio con Frate Ruffino d’Alì, arrivati ad una fonte d’acqua, sostarono per fare una piccola refezione e bere del vino che avevano portato, prima di riprendere il viaggio. Strada facendo, incontrarono un uomo che, quasi in ginocchio, chiese loro da bere: “Per amor di Dio favoritemi un poco di vino che mi sento languire”. P. Serafino immediatamente ordinò a Frate Ruffino di esaudire quel desiderio, ma questi girato il fiaschetto sottosopra disse: “Ma dov’è il vino, è finito, vedete come sta vuoto!”. Padre Serafino presolo in mano, alzò gli occhi al cielo e subito quel fiaschetto si riempì di vino. Così poterono dare da bere a quel povero uomo.

Altri prodigi ci vengono raccontati da Padre Andrea da Paternò, nei suoi annali, e tante grazie verificatesi dopo la morte, per sua intercessione, furono raccolte in un voluminoso quinterno, che non si è più riuscito a trovare. Se le sue opere in vita furono preziose, altrettanto lo furono anche in morte!

Sarebbe molto importante conoscere il contenuto di questa raccolta, così come altrettanto importante sarebbe sapere che fine hanno fatto i ritratti di P. Serafino il vecchio, del nipote e della sorella. Questi quadri si trovavano in convento ed hanno seguito il destino di tutto il resto, sottratti o svenduti dal demanio, privando Alì di una così importante pagina di storia. Oltre all’immagine contengono anche il nome e l’elogio, per cui sono facilmente individuabili. All’inizio del 1900 La Corte Cailler riferisce di uno di essi, per cui potrebbero essere stati acquistati e destinati ad abbellire chissà quale salone. E’ doveroso fare un appello a chiunque sia a conoscenza di qualsiasi informazione in merito, che ci consenta anche di avere una foto o delle fotocopie, per poter così aggiungere un altro tassello alla ricostruzione del nostro passato. Invitiamo tutti a sostenere questo nostro appello, anche tramite internet, visto che i quadri potrebbero essere posseduti da chiunque ed in qualsiasi parte del mondo. Il tutto naturalmente senza rivalsa.

Concludiamo così la vita di P. Serafino senior (al secolo Giuseppe Pistone), in seguito ci occuperemo del nipote, P. Serafino junior (Giacomo Antonio Morabito), anche lui morto in odore di santità e famoso per avere scritto la storia di Alì. Ricordiamo anche il nome della sorella del primo, ai fini sopra esposti: suor Domenica (al secolo Giovanna Pistone) .

Vogliamo concludere, però, raccontando dell’ultima prova d’amore, almeno in vita, che testimonia il profondo legame tra P. Serafino senior e la patria natia e gli antichi aliesi e il proprio Padre Cappuccino. Racconto, questo, che rende più significativo il recente ritrovamento dei resti e che ci fa sentire in colpa per i tanti anni di oblio!

Trovandosi in un convento della provincia, non meglio precisato, e saputo di dover fare ritorno al convento di Alì, rivelò a quei frati: “Altro non mi resta di fare che un sol viaggio, senza però uscire di Alì”. Arrivato ad Alì, i frati, i secolari ed i cittadini, pur dispiaciuti dalla profezia di P. Serafino, si consolarono con il fatto di esser certi che il suo corpo sarebbe rimasto ad Alì. Per questo motivo gli impedirono di allontanarsi per le molte chiamate che lo richiedevano altrove: per paura che per qualche incidente venissero privati di un così prezioso tesoro!

Giacomo Pantò

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 10 luglio-agosto 2005)


L’altro Padre Serafino

Dopo il ritrovamento dei resti dei due Padre Serafino abbiamo parlato dello zio, ora, invece, ci occupiamo del nipote, autore della storia di Alì

Anche Padre Serafino junior, come lo zio, si distinse particolarmente per opere e santità. Al secolo Giacomo Antonio Morabito, nacque ad Alì il 12 giugno 1701 da Matteo Morabito e Antonia D’Angelo e fu quarto di sette figli. Era pronipote dell’altro Padre Serafino, perché la madre era nipote della sorella maggiore del vecchio Cappuccino.

Famoso per il suo manoscritto sulla storia di Alì, da cui si evince tutto il suo amore per il paese e l’orgoglio di appartenervi e che risultò essere, a tutt’oggi, punto di partenza di altri studi e ricerche. Dotò, così, i posteri di ampie informazioni su reperti archeologici ed oggetti antichi, dando parecchia importanza al patrimonio storico ed artistico che nel corso degli anni si andò assottigliando sempre più. Se vi fosse stata anche in seguito la sua stessa intuizione e lungimiranza forse oggi si potrebbe parlare di turismo!

Si distinse anche negli studi letterari e scrisse un componimento in quarta rima che si trovava nel convento di Alì (è inutile dire che non si hanno notizie dell’opera!).

La vocazione di Padre Serafino, sappiamo già, fu predetta dallo zio che usava benedire tutti i suoi nipotini alla nascita. Cresciuto ed educato cristianamente dai genitori e dallo zio, entrò giovanissimo in convento con il nome di Cherubino, solo dopo la morte dello zio prese il nome di Serafino. Il suo amico Padre Andrea, nella biografia, dice che «una così bella pianta era riservata per l’umile religione dei Cappuccini» ed aggiunge che dopo gli studi teologici ed in scienze umane divenne un Predicatore molto stimato e ricercato.

Per trentatre anni ricoprì la carica di Maestro dei Novizi e dai suoi allievi, cui dava l’esempio con la preghiera e la penitenza, era ammirato e voluto bene, così come da tutti coloro che avevano modo di conoscerlo. Fu anche guardiano in diversi conventi della provincia. Padre Andrea ci racconta che trascorreva intere giornate nella preghiera e nella meditazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ed il dolore della Beata Vergine sua madre e si estasiava al punto che il suo volto appariva circondato da un insolito splendore: quanti lo vedevano ne restavano ammirati. Era particolarmente devoto alla SS. Vergine Bambina che si venerava nel Convento di Alì. Furono tanti i prodigi che operò per intercessione della SS. Vergine. «L’amore che Padre Serafino ebbe per Dio e per la Vergine Madre, potrà a noi servire da lume per conoscere con quanta tenerezza amasse il suo prossimo».

Durante la sua permanenza nel Convento di Messina si recava spesso in ospedale a visitare gli ammalati, oltre a portare loro una parola di conforto e la Comunione, li assisteva nella somministrazione del cibo, delle medicine e nelle necessità personali: li lavava, li rasava. Stessa attenzione aveva per i carcerati e per i religiosi infermi: con amorevole assistenza li ripuliva e spazzava le loro stanze.

Visse sempre poverissimo, oltre al saio molto rattoppato ed al mantello non possedeva altro che qualche piccolo oggetto in legno.

Non tardarono i disturbi fisici. Un giorno chiese il SS. Viatico, ma il Padre Guardiano non lo ritenne necessario e lo pregò di starsene quieto. Di lì a poco, Padre Serafino, entrando in delirio, perse il lume della ragione, senza poter ricevere gli ultimi Sacramenti. I religiosi assieme a tutto il popolo si misero a pregare fino a quando ritornò in sensi. Ricevuti gli ultimi sacramenti entrò di nuovo in delirio, che durò dal 15 al 20 di settembre del 1768, giorno in cui, in odore di santità, andò ad occupare il posto che il Signore aveva preparato per lui in Paradiso. Alle esequie partecipò tutto il Clero, la Confraternita di San Giovanni Battista, tutta la nobiltà e la popolazione che aveva tanto amato. Durante la celebrazione, così come ci viene descritta da Padre Andrea, il corpo si cosparse di abbondante sudore. In tanti accorsero per avere qualche reliquia, oltre al taglio della barba, fu necessario rivestirlo ben quattro volte. Si narra che durante il taglio dell’abito, con le punte delle forbici, erroneamente gli venne toccato il braccio, all’istante ne uscì sangue vivo, nonostante fossero passate già diciotto ore dalla morte. Tra gli altri, anche un pittore, che ne aveva realizzato il ritratto, inzuppò il fazzoletto col quale due persone di Fiumedinisi, al solo contatto, guarirono dalla febbre malarica da cui erano afflitti da alcuni mesi.

Verso le ore 24 fu data sepoltura nella chiesa del Convento di Alì, accanto allo zio, in Cornu Epistulae.

Fu veramente un bell’esempio di fede e di opere, particolarmente benvoluto da tutti. Con tale fama molte persone ricorsero a lui ed alle sue preghiere. Ricevette da Dio anche il dono di operare prodigi. Per problemi di spazio, ci limitiamo a narrarne solo alcuni.

Un certo Giuseppe Bambara di Guidomandri, che già lo aveva conosciuto da vivo, ricorreva a lui anche dopo la sua morte. Essendo i suoi bachi da seta infestati da una sterminata quantità di formiche, si recò al convento e fece benedire un po’ d’acqua, la pose sull’urna di Padre Serafino e pregò a lungo. Prima di andarsene volle toccare con quell’ampolla il ritratto di Padre Serafino appeso nel dormitorio. Tornato a casa, sparse l’acqua sui bachi: le formiche sparirono e riuscì ad ottenere un’ottima produzione. La descrizione di questo miracolo ci consente di immaginare quasi la quotidianità del Convento e la sua struttura, con quel quadro che come tutto il resto è andato a finire chissà dove.

Ma torniamo alle notizie.

Morto l’Arcivescovo di Messina Mons. Tommaso Moncada, Padre Serafino profetizzò che quella cattedra sarebbe stata occupata dal Rev. Scipione Arduino. Ma la sua profezia sembrò alquanto falsa, essendo stato eletto prima l’Abbate Blasi Benedettino e dopo, morto questi, Mons. Spinelli Teatino. Ma il nostro Cappuccino, modestamente disse: «Io confermo quanto ho detto, Mons. Arduino farà l’Arcivescovo di Messina, ben vero che io allora sarò passato ad altra vita». Fu così che quattro anni dopo, morto Mons. Spinelli, al suo posto venne nominato proprio Mons. Arduino, così come profetizzato. Nel frattempo anche Padre Serafino era deceduto.

Ad un novizio scoprì il pensiero di voler abbandonare l’Abito. A raccontarlo è l’interessato, un altro Padre Serafino, Lettore di Santa Lucia, che così testimoniò: «Essendo io novizio ebbi in mente di deporre l’Abito e ritornarmene al secolo. La tentazione collo scorrere dei giorni andò vieppiù aumentando, tanto che al nono giorno non sapendo più resistere, mi recavo dal Maestro con animo risoluto di prendere congedo. Ma egli subito, che mi vide, mi previene nel parlare. “E fino a quando (sono le stesse sue parole), fino a quando voi persisterete in codesta tentazione? Son nove giorni che il demonio vi tenta, e voi anziché fargli la dovuta resistenza, siete risoluto a cedere alla sua perniciosa suggestione!”. Tanto bastò per farmi desistere e perseverare nella mia vocazione».

Prega il Signore e la SS. Bambina per le necessità di quanti chiedono il suo aiuto, per il sostentamento delle famiglie, i bisogni delle case e la guarigione da malattie.

Frate Felice d’Alì, recatosi a Roccalumera per la questua, vide un fanciullo che strisciava per terra e chiedendo ai genitori Carmelo e Carmela De Luca, scopre di una brutta caduta che costò al figlio la frattura di una gamba. Frate Felice disse loro: «Non sapete di quanti meriti abbia presso Dio Padre Serafino. Confidate in lui che egli vi otterrà la grazia». Mentre recitavano l’Ave Maria, pose il mantello che aveva ereditato proprio da Padre Serafino e, toltolo, il fanciullo subito si alzò totalmente guarito. Il miracolo venne autenticato con il giuramento di tante persone.

Nella stessa casa dei De Luca accadde un altro miracolo. Un giorno lo stesso frate si recò a chiedere del vino per il Convento, gli risposero che nella botte vi era vino sufficiente per al massimo due giorni. «Abbiate fede nei meriti di Padre Serafino e nella botte troverete vino per me e la vostra provvigione». Animati da quelle parole, ma più ancora dal miracolo ricevuto dal figlio, si recarono alla botte, da dove uscì vino a sufficienza per il Frate e per le loro necessità di alcuni mesi.

Anche Marco d’Alessandro, abitante ad Alì, ma originario di Guidomandri, potè sperimentare la protezione di Padre Serafino. Infatti, ammalatosi gravemente di angina, riuscì a stenti e con gesti a farsi legare al collo una scatoletta che era appartenuta al Cappuccino e che conservava gelosamente. I dottori del paese dichiararono prodigiosa tale guarigione.

Un certo Francesco Benigno Tremoglie di Castrogiovanni (Enna), dottore in giurisprudenza e professore presso l’Università di Catania, colpito da attacchi epilettici, ben presto perse i sensi. Era molto devoto ai Padri Cappuccini ed al suo capezzale si recò Padre Andrea, autore degli annali da cui traiamo le notizie, portando con sé un ritaglio del mantello di Padre Serafino. Si misero a pregare il Signore per intercessione del Frate aliese e dopo qualche giorno l’ammalato si riprese perfettamente. Il miracolato volle tenere con sé il ritaglio del mantello avuto da Padre Andrea.

Anche Padre Serafino il giovane, dunque, come abbiamo visto per lo zio, era considerato un eroe della fede, servitore di Dio e della gente umile che ricorreva a lui per ogni necessità.

Uomini santi ci sono in tutto il mondo e anche Alì può dire di averne avuti.

Concludo con la speranza che prima o poi tutti possano beneficiare dei suoi meriti.

Giacomo Pantò

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 13 gennaio-febbraio 2006)



Sono stati conclusi i lavori nella chiesa di S. Maria degli Angeli

Restauro o ricostruzione?

Il criticato intervento sull’edificio annesso al Convento dei Cappuccini di Alì

Si è quasi giunti al completamento dei lavori di “restauro” della chiesa di S. Maria degli Angeli, annessa al Convento dei Cappuccini di Alì e sembra doveroso qualche commento critico sui lavori effettuati.

Cominciamo col chiarire il significato di RESTAURO: termine generico che designa il complesso degli interventi tecnico-scientifici intesi a garantire, nell’ambito di una metodologia critico estetica, la continuità temporale di un’opera d’arte (tratto dal “Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica”).

Il restauro è una materia molto complessa che tiene conto di moltissimi fattori di carattere storico, estetico ed ambientale, per cui qualsiasi intervento su un qualunque manufatto, pittorico, scultoreo o architettonico che esso sia, suscita sempre molte discussioni, con pareri talvolta discordi. Tra le tante teorie che nella storia del restauro si sono succedute, si va dal considerare il monumento come “cosa viva”, per cui nasce, matura e muore (J. Ruskin e il restauro inglese romantico), alla ricostruzione del monumento stesso secondo i caratteri stilistici che lo contraddistinguono, ricostruendo solo ciò di cui si ha conoscenza esatta, col rischio però di creare dei “falsi storici” (Viollet le Duc, restauro stilistico).

I teorici contemporanei ci indicano il principio del “non-metodo” ossia, l’impossibilità d’esistenza di un metodo generale di restauro universalmente e costantemente valido, poiché ogni opera presenta un valore espressivo nettamente individuale che non consente l’applicazione generica di un metodo di intervento per qualsiasi opera. Per questo la “Carta del Restauro Italiano” del 1972 (ancora in vigore) ha come principio base la più totale protezione dell’oggetto del restauro, ovvero si ritiene che ogni intervento eseguito debba essere REVERSIBILE! Cioè risulta indispensabile salvaguardare la possibilità di poter tornare al manufatto originale così come era prima del restauro, nel caso in cui questo intervento non risultasse corretto.

Ma quello in corso di completamento per la chiesa dell’ex Convento di Alì lo è?

Non bisogna essere esperti del settore per dare una risposta, certo che NO! Visto che si è dato molto spazio a ricostruzioni in cemento e laterizi di parti completamente perdute. Non era forse il caso di procedere con interventi di consolidamento, visto lo stato di rudere qual era?

Esempi di restauro “minimo” riconducibili al nostro caso, potrebbero essere rinvenuti nel complesso dello Spasimo di Palermo, un monastero con annessa chiesa, anch’essa ridotta a rudere, la quale non presentava più la copertura. L’intervento è stato mirato al consolidamento delle strutture murarie e alla sistemazione di assi di legno per la pavimentazione. O ancora, un altro esempio può essere dato dal Monte di Pietà di Messina. In entrambi i casi, questi luoghi sono stati destinati per l’organizzazione di spettacoli, esposizioni artistiche e conferenze all’aperto.

Un lavoro di questo tipo sarebbe stato più opportuno anche per la chiesa di S. Maria degli Angeli, risultando sicuramente meno costoso e meno invasivo di quello effettivamente realizzato.

Ormai, visto che siamo alla fine e non è più possibile tornare indietro, speriamo solo che la comunità possa sfruttare al meglio questo spazio e che non rimanga “opera morta” o semplice dimostrazione di saper spendere i finanziamenti pubblici. Allora, forse sarebbe stato meglio lasciarlo invecchiare lentamente per poi morire, come teorizzava Ruskin, estimatore del pittoresco.

Marcello D’Angelo

(tratto da “Evviva Sant’Agata!” n. 15 maggio-giugno 2006)

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